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We real cool

Ho provato a ricostruire un mix di generi diversi che poteva ascoltare un nero a NY nel juke box della sala da biliardo. Ci sono le note di copertina nella pagina Mixcloud, con tutta la storia della poesia di Gewndolyn Brooks. In sostanza è jazz con blues, doo wop, rhythm and blues, rock’n’roll. Circa 1959.

Poi tre mesi dopo ho fatto un volume 2 dove manca il rock’n’roll, c’è più doo wop e meno jazz. Darkettone come mood ma figo. Una parte di questa roba poi è diventata soul e soul jazz, un’altra parte funk. C’è un pezzo o due latin e qualcosa di Trinidad e Jamaica: continua un pochino il discorso West Indies ’50 che avevo esplorato in quest’altra serie.

Ho messo insieme anche un terzo volume che ha solo jazz e doo wop o quello che poi si è chiamato soul appena pochi anni dopo. E’ più pettinato e meno incasinato senza blues e rock. Il primo pezzo è boogie, che a fine anni ’50 ormai era fuori moda ma si sentiva ancora tra le righe e ne ho tanto in iTunes perché avevo iniziato questo filone nel 2016 all’East Market con il jump blues anni ’40 e le compile di sta roba vecchissima fatte da Gaz Mayall.

Oggi ho montato un volume nuovo con del jazz e un po’ di rhythm’n’blues, senza doo wop e soul. E’ un po’ prevedibile ma ci sono bei pezzi, è la roba che ascoltavano i mod a Londra, senza però i successi pop più scontati. La copertina dal barbiere prima o poi si doveva fare, i crediti sono nella pagina Mixcloud con il link ad un bel pezzone su Sugar Ray quando andava a tagliarsi i capelli.

Poi ho fatto un volume più 1960-61 con la nascita del soul: ho usato Aretha, Sam Cooke e le produzioni di Allen Toussaint e Harold Battiste che hanno segnato lo stile per anni a venire chiudendo definitivamente gli anni ’50. E che tra l’altro erano in buona parte businessman indipendenti, con le loro label nere a volte anche cooperative.

C’è un po’ di blues e del bel soul jazz Blue Note, il primo, non quello ormai stereotipato con i break e le melodie funky del periodo 64-68 che si ascoltava nei primi anni ’90 in compila quando i producer lo avevano riscoperto per i campionamenti. Che poi, il jazz di questo mixino suona anche vecchio rispetto al soul di questo mixino: il nuovo nel jazz ormai stava per essere il New Thing con tutta quella roba modernissima e spaccosa, spesso aspra e volutamente inascoltabile, provocatoria e dissonante. Stavo leggendo un pezzo l’altro giorno che non trovo più e un jazzista famoso diceva che i producer e le case gli correvano dietro col forcone per obbligarli a fare soul soul soul, e che loro per principio fuggivano fuggivano fuggivano, sticazzi e assoli sempre più imperscrutabili assurdi anodini. In questo mixino che segue siamo agli albori, diciamo 1960-61, i primi anni in cui si usava la parola soul con tutto l’armamentario di preachin’, congregation, soul food, message e sermon, organi e gospel. Un po’ come per il gangsta rap, poi c’erano veramente molti rapper che avevano precedenti di crimine e molti brothers and sisters che nei primi anni ’60 uscivano dai cori delle chiese come Aretha. Ma c’era anche della bella fuffa in giro. Boh, fateci voi la tara a un po’ di marketing culturale blackness. In ogni caso bless e statemi bene.

L’ultima ha le organate soul jazz, i jazz vocalist e il soul moderno con un pezzo anche di popcorn, che avevo scansato negli altri mix. E il jazz che sarebbe venuto poi: il soul spirituale con John Coltrane (che come quasi tutti aveva suonato molti anni anche in band R’n’B) e il free con Ornette Coleman. Stavo leggendo (qui) che Coleman diceva proprio che quando stava imparando lui, le distinzioni tra i generi non erano importanti per chi suonava e nemmeno per l’audience: soul, jazz, pop, r’n’b, bebop, dance. Fighissimo. C’è anche Muddy Waters con il suo blues. Il primo pezzo di Oscar Brown riprende il discorso della poesia nel primo volume.

Ho messo insieme un nuovo volume bellino con doo wop classico e nuovo, quasi soul più dei bei ritmi R’n’B e il jazz hard bop classico di Art Blakey quello ritmato e down to earth che già i dj usavano a Londra già da sempre nei famosi locali da cui poi è nato alla fine l’acid jazz nella seconda metà degli anni ’80. C’è sempre molta roba di New Orleans e qualche successo ormai di pop nero come Last Night dei Mar Keys e Night Train di James Brown. I mercati razziali, i race records, erano ormai verso la fine e un successo si poteva vendere a tutta l’America: erano gli ultimi anni ormai in cui per esempio il gruppo doo wop originale aveva una hit nera e poi un gruppo bianco la copiava e la vendeva ai bianchi. Ho messo due oldies vere e proprie, le Shirelles e i Teenagers con Frankie Lymon che in Giamaica aveva rifatto Derrick Harriott (la fantastica Why do fools fall in love).

Oh, ovviamente è un gioco: per dire quasi tutto il blues, soul e R&B è fatto di compile. Anche una parte del jazz, la base era già tracciata dai tempi dei Jazz Juice della Streetsounds che chiudevano l’era jazz dance di Londra, oggi con raccolte come Soho Scene e Jukebox Mambo uno si può inventare collezionista delle cose più folli senza avere a casa nemmeno un pezzetto di vinile… Sono piccole ricognizioni in un territorio che non conosco, e la roba che si compera ormai non è niente al confronto di bootleg da 50 volumi di singoli originali come questa qui che ho appena scoperto nei blog, aiuto non ne esco più…

Volevo arrivare a 10 volumi e qui ho fatto il numero 9.

 

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