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2 febbraio 2019 Lascia un commento

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L’altro giorno stavo leggendo The Rise of the Punk Rock B-boy, un bel pezzone raccontato sulla scena di NY nei primissimi anni ’80, quando hip hop e skating si erano scontrati e fusi. I writer ascoltavano hardcore e gli skater si vestivano da rapper. I Run DMC avevano portato il rock dentro nel rap e la Def Jam aveva pubblicato le prime cose dei Beastie Boys. Al che ho anestetizzato un po’ di amici, e Vanni ha scritto giù un ricordone che va da metà anni ’80 ai primi ’90, prima da sbarbato in provincia di Bari e poi da studente fuori sede a Milano, quando era caduto in questa scena crossover. Era circa il 1990, circa dieci anni dopo l’articolo di cui sopra: il rap italiano stava uscendo con i primi 12 pollici nei centri sociali e Neffa era ancora un batterista hardcore. C’è anche un mixino con tutta quella roba spaccosa, magari vi va di riascoltarlo.

 

Nell’aria c’era aria di cambiamento. Dopo l’immersione totale per circa due anni nel mondo dell’hip hop dei primi anni ‘80, quello del breaking, per intenderci, ero passato alla new wave e al rock alternativo di quegli anni e di quelli precedenti, compreso il punk rock che mi ero perso per motivi anagrafici. All’epoca frequentavo amici che avevano circa 5-6 anni più di me e condividevano solo parte dei miei interessi musicali e nell’ambito delle sottoculture, ma continuavo ad avere contatti piuttosto stretti anche con un giro di ragazzi di osservanza strettamente hardcore punk che provenivano dal trash metal e prima ancora dal breaking dal quale provenivo anch’io.

L’hip hop, come cultura e come suono, l’avevo perso di vista nell’autunno del 1985, dopo l’improvvisa e pressoché contemporanea dissoluzione delle principali crew di breakers in quel periodo, molto potenti, ma purtroppo prive della consapevolezza dell’esistenza di tutto un mondo che andava al di là del ballo, a causa della penuria di informazioni e comunicazione con le altre realtà italiane e non, e per l’assenza di contatti con gli americani che in altre città italiane e nel resto d’Europa aveva fatto balenare nella testa di chi si era avvicinato al breaking per moda l’idea che oltre al ballo c’era tutta una cultura più ampia fatta di writing, rap e djing.

Dal 1985 al 1990 c’erano stati dei contatti sporadici se non con l’hip hop, almeno col rap e con qualche altra manifestazione di quel mondo. Nel 1986 uscì il primo album dei Beastie Boys. I miei amici ex breakers, anche se già in preda al metallo, ce l’avevano e me lo fecero ascoltare. Un giorno, non so chi, prestò a me e ad un mio amico che aveva piastra e giradischi una copia del disco. Lo registrammo su cassetta e cominciammo ad ascoltarlo ossessivamente, specialmente perché c’era dentro quell’inno alle feste più selvagge, quelle cui ambisce ogni adolescente, che è Fight for your right (to party), con chitarre distorte e testi urlati che avrebbero dovuto mandare fuori di testa qualsiasi quindicenne dotato di un minimo di amor proprio.

Nel 1988 poi, tornando a casa dal liceo, scoprii questo programma presentato da quel Jovanotti intravisto a DeeJay Television, un contenitore abbastanza trash dei fenomeni pop del momento, dove però beccai i Run DMC periodo Raising Hell e i Public Enemy, che in quel periodo passavano anche in radio e facevano capolino nelle scalette di diversi dj da discoteca, per quanto mi era dato di registrare durante le pochissime presenze in posti del genere in occasione delle feste delle classi del liceo. Nello stesso programma intravidi qualcuno che faceva breaking (Maurizio Next One, l’ho scoperto solo di recente riguardando dei filmati dell’epoca), qualche italiano che rappava in inglese, qualcuno che faceva beat box.  La cosa mi interessava, ma non riuscivo a collegarla appieno all’esperienza dell’hip hop e del breaking dell’’84-’85, il contesto era completamente diverso, la cornice troppo pop e commerciale, niente a che vedere con l’immaginario che avevo conosciuto e che continuavo a collegare all’hip hop.

Poi avevo beccato questo strano programma Rai pomeridiano in cui si sfidavano dei dj, di varia estrazione, spesso coi capelli lunghi e i look improbabili, ma quantomeno di area DMC, scratchavano e mixavano, in Rai poi… una stranezza di cui ho perso le tracce. E quello era lo stesso periodo in cui si poteva annusare nell’aria l’avvento di un cambiamento, niente di ben definito, ma un qualche blob che aveva a che fare con la musica ritmica e con uno stile più urbano, di strada, cominciava a mandarmi dei segnali. King Kong Five dei Mano Negra mi aveva particolarmente colpito, un pezzo suonato con gli strumenti da una band con una credibilità negli ambienti alternativi, con la loro patchanka di suoni e di stili che raccoglieva il testimone dei Clash, un pezzo che però non era cantato ma rappato, coinvolgente e da ballare, che faceva accendere tutta una serie di lampadine, seppur a livello subliminale.

In quegli anni, ogni tanto, quando andavo a Bari, in centro avevo visto dei tipi che provavano dei trick con lo skateboard, in un modo e con delle tavole completamente diverse da ciò che avevo visto in tv verso la fine degli anni’70, il tutto appariva molto più sporco e aggressivo. Qualche altro individuo con la tavola da skate lo avevo adocchiato sempre a Bari in piazza Umberto, tra i metallari che, a quanto pareva, andavano d’accordo anche con gente più vicina all’hardcore e quindi interessata allo skate, come da lunga tradizione nell’ambito dell’hardcore americano. Tant’è che già da anni la gente dell’hardcore, anche quelli che non avevano mai poggiato un piede su una tavola, utilizzavano una specie di proto-streetwear (bermuda colorati, sneakers alte da basket, vans e cappellini da baseball) che aveva degli elementi in comune con l’abbigliamento degli skaters. E sempre in piazza Umberto, qualche mese più tardi, durante i tre giorni della visita di leva, vidi un gruppo di skaters abbastanza numeroso che skateava nella fontana vuota di fronte all’ateneo. Nel frattempo in edicola cominciavano a uscire riviste sullo skate, una si chiamava appunto Skate, un po’ farlocca, l’altra XXX. Entrambe, oltre agli articoli specifici su scene, tricks e materiali, contenevano articoli musicali, e le band di cui si parlava erano metal, hardcore, ma anche hiphop, ricordo che su XXX in particolare, erano usciti degli articoli su Public Enemy e su Urban Dance Squad, oltre che su No Means No, Fugazi e altre band del giro hardcore punk che ascoltavo all’epoca. In una di queste riviste, poi, forse su Skate, c’era una rubrica che  se non sbaglio si chiamava Ghetto Blaster, curata da Vandalo. Non ricordo esattamente di cosa parlasse in quella rubrica, ma era qualcosa che aveva a che fare con l’hip hop, e il logo della rubrica era un dj con due giradischi collegati a un mixer, il tutto in stile comic/puppet, e se non sbaglio c’era la firma del curatore della rubrica, con uno stile strano, che non conoscevo. Il tutto faceva al caso mio, c’era il rap e l’hip hop che avevo amato anni prima, c’era il punk e l’hardcore che mi piacevano in quegli anni e il tutto era amalgamato dallo skate che non praticavo per via del ginocchio fuori uso per colpa di un demente che mi ha almeno in parte rovinato la vita al liceo (non vorrei essere nei tuoi panni, uomo, il karma è una faccenda seria), ma che mi attirava parecchio perché era selvaggio e urbano, al punto che spinsi mio fratello minore a praticarlo. Quindi, a conti fatti, non è un caso che quasi tutti i bboys del nucleo originario barese anni ‘90 venissero dallo skate.

A proposito di Urban Dance Squad, li conobbi per caso in tv, erano ospiti in qualche programma credo Rai del tardo pomeriggio, facevano Fast Lane e fu una botta, una folgorazione, la perfetta colonna sonora per un video di skate. Molto aggressivi, alla formazione classica chitarra-basso-batteria aggiungevano un dj che faceva gli scratch e un rapper nero piuttosto credibile. Erano la quintessenza del crossover che di lì a poco sarebbe andato di moda fino a diventare di maniera. Ovviamente corsi a comprare l’album che ascoltai in loop per parecchio tempo e che contribuì sicuramente alla transizione dall’immaginario rock a quello hip hop anni ‘90. Nonostante tutto, comunque, l’hip hop, o quantomeno il rap, continuavano a rimanere qualcosa di marginale nella mia esperienza. Pur amando un po’ tutta la musica, quindi, alla fine del 1990 ero ancora piuttosto vicino all’immaginario dell’hardcore.

Nel settembre 1990 mi trasferii a Pavia per l’università. I viaggi in treno da e per Milano mi avevano fatto scoprire tutto un mondo di graffiti lungo la linea ferroviaria che aggiungevano elementi allo scenario che si andava componendo nella mia testa. Non sono nemmeno sicuro di aver   collegato subito quei pezzi al rap e all’hip hop in generale, nei primi ‘80 non ne avevo mai visti dal vivo, giusto quel poco che trapelava dai rarissimi video e dalle copertine dei pochissimi dischi che avevo avuto per le mani. Quindi il tutto mi affascinava, a partire da quelle scritte abbastanza illeggibili che accompagnavano i pezzi, con quella calligrafia strana ma non casuale, studiata, una specie di codice per iniziati.

Alla fine di quell’anno o i primi mesi del successivo, i miei amici più grandi di me andarono in auto a Bologna per salutare delle amiche comuni che studiavano al DAMS. Io li raggiunsi in treno e per strada vidi la locandina di un concerto dei Negazione, la band di Torino che rappresentava un punto di riferimento per l’hardcore italiano, una band che ascoltavo parecchio in quegli anni e che avevo visto solo una volta dal vivo dalle mie parti. Il concerto si teneva in un posto che si chiamava Isola Nel Kantiere. Appena arrivati a casa delle nostre amiche, chiesi informazioni circa  il posto in cui si teneva il concerto e convinsi i miei amici ad accompagnarmici dopo cena. Arrivati in questa famosa piazzetta San Giuseppe, ci trovammo di fronte a uno scenario per noi del tutto sconosciuto. Mi colpirono i graffiti e le locandine che erano un po’ dappertutto, e soprattutto l’atmosfera alla Mad Max che si avvertiva all’esterno e all’interno dello squat, estremamente straniante e affascinante per me che non ne avevo mai visto uno. Del concerto ricordo poco e niente, anche perché probabilmente ero più interessato a osservare la stranezza del luogo e la  gente del pubblico. Per non so quale strano motivo invece, ricordo benissimo il bassista dei Negazione, Marco Mathieu, che dopo il concerto mostrava ad un tipo una delle collane che indossava e gli spiegava che gliel’aveva regalata la sua ragazza americana…E poi ricordo che alla fine del concerto, dopo che la sala del concerto si era in parte svuotata, sul palco cominciò una jam session, in modo del tutto naturale, come se fosse qualcosa che era successo già altre volte. C’era più di una persona col microfono, non ricordo come rappassero e cosa dicessero,  alla batteria il batterista dei Negazione, quello che poi si sarebbe fatto conoscere come Neffa. Non so perché, ma di quella session non ricordo altro, forse non ci diedi molto peso, forse era una cosa troppo nuova, forse mi colpì più l’aspetto sociologico della cosa, il batterista di un gruppo hardcore che si mette a jammare con gente che vuol fare il rap… boh… è un vuoto di memoria che ancora oggi non mi spiego… probabilmente ero solo troppo frastornato da quell’esperienza così nuova e forte. E poi comunque c’erano i miei amici che premevano per andar via, essendo molto meno interessati a quel posto e a quello che stava succedendo rispetto a me. Ricordo molto bene, però, che durante questa session giravano tra il pubblico ragazzi e ragazze dell’Isola che cercavano di vendere  un disco che avevano prodotto lì, che io non comprai. Col senno di poi ho sempre pensato che potesse trattarsi di Stop al panico/Stop war, il 12 pollici che di lì a qualche mese sarebbe esploso quale piccolo fenomeno underground, ma la copertina di questo disco che cercavano di vendere aveva lo sfondo bianco e poi qualcosa sul giallo, del tutto diversa da quella dello Stop al panico che comprai successivamente. In quell’occasione a Bologna percepii altri elementi di questa cultura urbana, firme e graffiti a partire da quelli su un muro in quella via di Porta Mascarella dove vivevano le mie amiche.

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Foto di Texas – Bologna Bombers

Quell’anno ci tornai altre volte a  Bologna. Una volta in un negozio di dischi sentii il primo pezzo di un album appena uscito, era Steady diet of nothing dei Fugazi e lo comprai al volo. Poi, prima di pagare, vidi una fanzine in bianco e nero fotocopiata dal nome che mi parve insolito, Alleanza latina, che intuii parlare di rap e hip hop in Italia. In copertina se non ricordo male c’era la foto di un puppet e la tag del suo autore, Dayaki, a cui la fanzine dedicava un’intervista. La comprai insieme al disco dei Fugazi e la sfogliai pieno di curiosità a casa delle mie amiche, mentre ascoltavo il disco dei Fugazi, letture hip hop e colonna sonora punk in perfetta sintonia. Quella fanzine la dimenticai a casa delle mie amiche e non riuscii più a recuperarla. All’Isola ci tornai un’ultima volta nell’estate del 1991, di pomeriggio, poche settimane prima dello sgombero. C’erano solo poche persone sedute fuori, degli habituè a far chiacchiere nella piazzetta. E poi, insieme alla mantide fatta di rottami riciclati davanti all’ingresso dello squat, vidi una rampa da skate, a testimoniare per l’ennesima volta nel mio immaginario l’esistenza di questa liaison tra punk, skate e hip hop.

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Foto di Texas – Bologna Bombers

Sempre nel 1991 andai al vecchio Leoncavallo al concerto dei No Means No, un gruppo hardcore canadese piuttosto evoluto e originale che mi piaceva molto, erano saliti per l’occasione anche i miei amici punk che venivano dal breaking, serata a dir poco delirante (qui il raccontone di Vandalo, che aveva organizzato la stessa data treanni prima nel 1988). Al banchetto dei dischi comprai My war dei Black Flag, ma la cosa che mi colpì di più e che lasciò il segno quella sera fu un pezzo rap pauroso lanciato prima del concerto dal tipo al mixer, pezzo che poi scoprii essere il primo del nuovo album degli NWA uscito quell’anno. Poco tempo dopo, da Zabriskie a Milano, il negozio di riferimento per per la scena hardcore punk, ogni sabato pomeriggio cominciai a comprare, insieme ai dischi punk, i primi dischi e cassette autoprodotte di rap italiano man mano che uscivano. E mentre la transizione/ritorno dal punk all’hip hop si completava, insieme a un sacco di dischi di rap americano nuovi e vecchi che mi ero perso negli anni, comprai anche quel Real niggaz don’t die degli NWA che avevo ascoltato per la prima volta al Leoncavallo.

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Categorie:Bari, Bologna, Mixtape

Rimini: all crews unite

14 novembre 2017 1 commento

29-94 Jam a Rimini

Un grazie a Marco KayOne per la splendida foto. Qui siamo nel 1994 e ho bisogno di voi per ricostruire la storia, commentate!!!

C’era mezza Italia, forse si chiamava Indelebile boh. Ricordi sparsi:

  • Quel mattacchione tedesco che aveva fatto più treni di tutti, come si chiamava? Mi sa che era ciucco tradito perché taggava tutte le ragazze su cui riusciva a mettere le mani. Non so se con la scusa della tag ricordo, ma gli disegnava proprio le magliette a sproposito. Boh. Non aveva dipinto nemmeno, era amico degli olandesi e girava con loro. Vero mattacchione lui. Della crew di Ces INC (Rotterdam).
  • Gasp di Amsterdam che non si era capito bene perché ma se la menava con noi che non rappresentavamo un caz, peccato perché per me era un mito.
  • Donky: parte deciso con un puppet di Don Chisciotte alto tipo tre metri. Mi sa che se non ricordo male aveva un suo tubo di legno fatto in casa con il quale ha severamente danneggiato la lucidità di un po’ tutti. Si chiamava proprio Il Tronchetto se non sbaglio.
  • Fly: si era comportato bene, qualcuno ricorda risse, sfregi e delirio? La pezzata mi sembra fosse molto valida (lo era, vedete qui). Era vicino a Limone, una delle due mi sa che era storta.
  • Lemon: una delle pezzate più bestiali sue. Turkestan profondo.
  • I romani: diligenti davanti ai loro amici olandesi sul muro principale. Mi sa che Roma era già la capitale più trendy per il bombing dei treni. Noi ghettizzati in fondo al giardino. Mhhh… forse Emiliano o qualcuno ha altri elementi per ricostruire la situazione.
  • Porseo: missing in action nella mia memoria ma stilosissimo in foto (qui il suo pezzo con Fly), credo ci fossero dal Veneto anche i vicentini.
  • Il resto della scena boh, io non ricordo nulla ma c’erano tutti. Eron forse era nell’organizzazione (DeeMo ricorda che l’evento era di Enrico Arcangeli): per noi fautori dello sturm un drang quella roba non era molto diversa dalla grafica del fustino Dixan. Però lui molto bravo, preciso, positivo.

Sorry, non mi ricordo una mazza, scrivete voi se avete voglia…

Fondamentale, per capire bene quel periodo, la testimonianza orale di Cyrus TKA: “Io mi ricordo che, ad un certo punto, e’ pure caduto un albero”.

Invece da Lark (con foto di Vaitea): “Noi pisciati dall’organizzazione di quella che per me è stata la più bella jam che abbia mai visto, abbiamo rosicato parecchio. Io aggregato ad un manipolo di MNP e MCD ho passato un weekend illuminante e munito di sparvar portate da casa ho fatto questo insieme a Lupo dietro all’angolo del cartello Roma Napoli.

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Emiliano ci riconferma il vistoso trend albero con questa piccola nota: Romani in trasferta again dopo quella chiassosa di Follonica. Era nell’aria che Roma sarebbe diventata la nuova città chic d’europa per il trainbombing tant’è che poi Fume direttamente scese giù a far danni in città.
Dipingemmo carucci facendo pr co quelli famosi del muro di fronte, che erano Shoe, Sender e Gasp da Amsterdam, Fume da Dortmund, Mode2 e infine Sharp, che a petto nudo e capezza d’oro ricordo che scrisse una cosa cruda tipo “il dittatore della sabbia dorata” sul pezzo, mah…
Ps: Uno tipo cadde da un albero, uno che si chiamava Othello col “th” si ruppe un braccio; per motivi che Giorgio potrebbe argomentare era vicino agli ambienti romani.”

[nota: il pezzo di Sharp probabilmente diceva Governatore non dittatore, come nel vecchio pezzo del Leo, era una sua frase]

Emiliano dai e ridai ci ha scovato la foto loro davanti al muro!!! Pane, China, Stand, Joe, Hestro e Kraze a terra. ETC & MT2 (futuro TRV).

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Categorie:Bologna, Milano, Roma, Treviso

Follonica, eccoci qua gli ADM

11 novembre 2017 3 commenti

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Volevo festeggiare i 10 anni di Pezzate, ma sono solo 8 in effetti. Vorrei quindi sbattermene e postare subito questa foto incredibile.

Emiliano ci manda un raro scatto della crew Animali di Merda, tenuta a battesimo con rabbia da Sid di Alleanza Latina nel lontano 1993. Noi da anni non capivamo perché la fanza più diffusa, l’unica stampata e forse anche in edicola, non fosse interamente dedicata a noi, forse aveva anche un po’ paura a mettere i nostri pezzi o non si sbatteva per avere le foto. Lui non capiva perché 20 persone lo mobbizzassero e gli dessero botte nonostante si fosse rifugiato nella stanza delle donne. Da cui il famoso: “Animali di merda”, che prontamente divenne il supergruppo italiano del writing. Sid povero si sbatteva e aveva un prodotto professionale sul mercato, semplicemente non ci capivamo 😦

La convention era organizzata da Manzo Puro, sul lungomare (qui le foto della murata). Io non avevo nemmeno dipinto, anzi forse avevo fatto un pasticcio perché in quel decennio ero convinto che la cura migliore per il disagio psichico fosse il THC. Non è che ci cavassi grande giovamento, ma imperterrito mi dedicavo con dovizia allo spinello. Tendenzialmente cercavo poi sempre di convincere Fabrizio a dormire per strada nei giardini delle ville quando ero troppo ubriaco. Lui magnanimo mi riportava all’ovile ogni volta. Il fisico veneto gli permetteva di metabolizzare quantità spaventose di alcolici senza colpo ferire.

Di conseguenza in questa scuola tipo colonia estiva si raduna il fior fiore dell’ignoranza italiana. C’era anche Lele di LHP che suonava. Era stato lui a dirci: “Ma beoti, non venite in Salento, sto andando lì”. Ricordi abbastanza confusi ma ci sono due realtà possibili. Una, che io fossi andato a Roma a dipingere. Ma poco probabile. Due, più vera, che fossimo andati a Bologna a fare i biglietti con la gomma pane grazie a Francesca, Jurate e Rusty, per dirigerci alla volta del Salento. Porseo, Claus, io e forse un’altra persona che non ricordo. Forse Rusty che poi era tornato prima perché tanto a lui sole e mare davano in testa.

A Bologna festone della posse gay o qualcosa del genere, tipo glam disco sfranto in costume. E il pomeriggio ci cuciamo i vestiti sempre da Francesca. Andiamo alla festa e poi da lì in stazione col treno di mezzanotte che arrivava a Lecce la mattina. In stazione bordello dell’ostia. A me si scuciono i pantaloni e resto praticamente in mutande correndo in mezzo agli sbirri perché stavamo perdendo il treno. Mi sa che era uno degli attentati con le bombe della trattativa Stato Mafia, credo fosse l’esplosione del PAC di via Palestro. Scusate se non ricordo bene, correggetemi nei commenti. Quell’anno lì era anche diventato Sindaco a Milano per la prima volta un leghista, era una cosa nuova almeno per me, abbastanza orrenda.

Al che a Lecce facciamo un mese. Eravamo a casa di una ragazza che aveva una storia con Claus, lei cantava. Mi ricordo che ci diceva che l’originator lì era Rosapaeda e se fossi meno ignorante avrei magari anche ascoltato qualcosa. Era la prima generazione del reggae pugliese, quella da cui arrivava Militant Piero che si dice fosse poi uno dei primi ponti sui quali era scesoil ragamuffin da Bari fino a Lecce. Insomma, ci trasferiamo a vivere in spiaggia sulla duna lì alla spiaggia, sotto un pino. Ogni sera c’era una dance, era tipo il secondo anno che i Nibelunghi calavano in massa nel Salento di Lecce. I negozietti di alimentari vendevano il vino sfuso nelle bottiglie di plastica da un litro e mezzo. Fai un po’ te cosa ne poteva uscire. Costava tipo 1500-2000 lire. Non è che la posse lì ci guardasse tanto bene in effetti. Ricordo Gopher e Don Rico fare freestyle per ore, forse anche Gruff. Stile a livelli molto alti, per me livello Garnett Silk. DJ War faceva praticamente il bubbling passando da ragamuffin al doppio del ritmo col drum’n’bass, wickedissimo.

Ora tornando a quella foto, per noi che c’eravamo sono ricordi molto diversi magari da questi che ho scritto. Qualcuno non c’è più ma i nostri figli fanno thai boxe insieme e tra poco festeggiano insieme “La festa del tacchino”. Qualcuno è diventato un grande professore che insegna a Londra, Emiliano giustamente ascolta sempre Curtis Mayfield. Una cosa volevo dirvi per non andare troppo nelle emozioni personali. Guardate bene a destra nella foto: c’è uno di noi in costume scalzo con la valigia, è abbastanza possibile che fossi io. Noi la chiamavamo crudezza.

Nella foto Joe, Mace, Kado, Stand, Rusty, Manzo, Deb, Pane, Koma Clout. Treviso-Roma-Bologna-Milano-Firenze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Categorie:Bologna, Milano, Roma, Treviso

Milanesi a Bologna, 1991

16 dicembre 2015 Lascia un commento

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Tags all’Isola nel Kantiere, Bologna, circa 1991.
Se non ricordo male, questa tag dovrei averla fatta, su una delle serrande intorno all’Isola, quando ero sceso con i fratelli S13/WHIP per il gig dei Gorilla Biscuits.
Arrivammo di giorno, girammo per Bolo, ci devastammo al concerto, dormimmo in uno stanzone al primo piano, poi vorrei trovare qualche altro verbo che finisce per ammo o immo per il resto.
Comunque qualche firma sulla bologna che conta l’abbiamo lasciata. Certo, era il periodo peggiore della mia tag, con quella specie di quoricione che pencolava giù come un chezzo moscio.
Vabbé.
In azzurro, sulla destra, appare un pezzetto della tag di Jet4, mentre sopra c’é quella di Shad.
Ma c’era anche lui? Tutti sanno che Shad considera l’hardcore rumore demoniaco, possibile fosse li con noi? O la firma la lasciò prima, magari sceso per qualche serata GhettoBlaster?
Mah.
E in fondo: sticazzi.
(grazie a Angelo per le foto!)
Toh, ce n’era un’altra, ACAB forevah:
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Roma meets Bologna – FS – 1997

5 febbraio 2015 Lascia un commento

Trota Treno Ginox Jetone 1997

Per tanti anni, ad agosto, sono andato in vacanza in treno. Da regazzino con il classico InterRail in tutta Europa e, sopraggiunti i limiti di età, per tratte più brevi. Mi piace il treno e mi piace stare al finestrino a guardar passare cose.

Da quando ho iniziato con il writing, poi, ho sempre allenato l’occhio a cercare gli spot lungo le linee ferroviarie. E arrivando in stazione preparo sempre la macchina fotografica. O almeno lo facevo una volta, quando si usavano le macchine fotografiche, le pellicole, i calessi e i velocipedi.

E ogni tanto, capitava di fotografare cose. Lungolinea, ponti. E treni, tanti treni. Spesso venivano una merda: treno in movimento, vibrazioni, non puoi scegliere la luce giusta, non hai tempo di regolare tempi, diaframma, inquadratura. Scatti, e come viene viene.

Quello qui sopra, se non ricordo male, l’avevo fatta arrivando in stazione a Bologna nell’agosto del 1997, trovando una carrozza con Trota, Treno, GinoX e Jetone.

Rome Zoo meets Bolo.

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Sky, Rusty, Guz, Shad, Bologna

16 ottobre 2010 3 commenti

Mi sembra che tempo fa Had aveva postato una di queste pezzate, dall archivio di sky rispolveriamo la murata intera.

Bologna: Had e Guz TKA

3 aprile 2010 2 commenti

Qui ci vorrebbe qualche bolognese per un ID della situazione: è il retro della ferrovia dove c’è l’oratorio con la hall of fame. Siamo nel 93 o 94 e la murata era bella sugosa, ma credo che tutta intera la abbia solo Rusty: c’era Pongo relegato in fondo ma ci teneva a dipingere con tutti, poi Rusty, poi Giorgio ed io, Cromo MT2 e poi giù una serie di altre persone che non ricordo. Suonava Gruff all’aperto. Io avevo iniziato molto in ritardo, forse avevo improvvisato del tutto, mi ricordo che temevo di concludere una cagata pazzesca e farci una figuraccia. Come al solito mille e cento cannoni, roba che ora ci metterei una settimana a snebbiarmi.