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Collirio delirio: spazio a Giacomo Spazio!

23 aprile 2018 Lascia un commento

Collirio Delirio era la serie di mix punk ragamuffin Londra ’78, ne avevamo fatti 4 più o meno sulla stessa linea il mese scorso, amici writer nati sui primi anni ’70. Ho chiesto di mixarne uno a Giacomo Spazio e ne è uscita una cosa crossover senza nessuna influenza giamaicana ma molto figa perché Giacomo era parte di quella scena punk qui a Milano. Anche lui era un pittore di arte pubblica, ma di qualche annetto prima di noi, prima scena dei centri sociali e anche prima forse (qui un suo intervento su uno dei pezzi più importanti degli anni ’80 italiani, qui una sua bio per farvi un’idea delle cose che ha fatto nella controcultura). Ha scritto anche le sue note di copertina, fighissime per capire che cavolo vuol dire tutta sta roba rumorosa ribelle respingente.

 

 

 

1) – DISPERATE BICYCLE – sono i pionieri e gli evangelisti del DIY, hanno istigato decine di persone ad imbracciare gli strumenti. Il loro motto era: È semplice, costa poco, vai e fallo!

Canzone – Holidays

2) – BIG IN JAPAN – Il nome significa “Non conti un cazzo”… quindi sei… “Big in japan”. Nella band ci sono tutti quelli che un poco di storia l’hanno fatta. Budgie divenne il batterista di Siouxsie. Holly Johnson formò Frankie Goes to Hollywood. Ian Broudie divenne famoso come prodottore di Echo&The Bunnymen, i Fall, i Coral. Jayne Casey formò in seguito i Pink Military e poi i Pink Industry. Infine Bill Drummond, mente perversa e capo assoluto del progetto JAMM e poi KLF (Kopyright Liberation Front – oppure – King of the Low Frequency – oppure – King Lucifer Forever)

Canzone – SCUM

3) – Bill Drummond – Musicista, artista, scrittore e aggiungo io, pazzo totale… puro amante del formato 7″ (da noi il 45 giri), prima di qualunque altro formò una piccola etichetta discografica chiamata Zoo Records… diede vita come ho detto prima ai KLF, il resto è storia.
Canzone – Julian Cope Is Dead

4) – JULIAN COPE. Attivista dello sballo è stato punk e ho perso il conto dei dischi incisi prima con i The Teardrop Explodes, sia a suo nome. Oggi è uno scrittore e musicologo di fama internazionale. Ha scritto il migliore libro sul Krauto rock. Insegna cultura delle ‘Civiltà Neolitiche’.

Canzone – Bill Drummond Said

5) – THE FALL ( MARK E SMITH) – Mark è morto da poco, ma ci ha lasciato un totale di 89 LP. Era in giro dagli albori del punk e il suo stile mi ha sempre intrigato anche se la maggior parte delle volte non ho mai capito un cazzo di cosa dicesse nelle canzoni e mai mi è venuta voglia di scovarne i testi. Era una testa calda, lo amavano tutti per questo e io, pure.

Canzone – Rowche Rumble

6) – FAT WHITE FAMILY – Mentre tutti guardavano alla classifica i F W F si facevano i cazzi propri. Ora sono un nome superchiaccherato e ovviamente band di successo che come nel classico DIY, non deve niente di niente a nessuno…. tranne ai The Fall e al krauto rock. Dimenticavo questa canzone tributo è stata scritta prima della morte di Mr. Fall Mark E Smith…

Canzone – I Am Mark E Smith

7) – CABARET VOLTAIRE. Il nome della band è rubato.. dai lo sapete tutti e la loro ricerca musicale si muove nell’elettronica sperimentale, ma ricordo per chi non lo sapesse che la band imbracciava all’inizio anche le chitarre. A questo proposito potete ascoltare il singolo Nag Nag Nag che secondo loro sarebbe copiata da Here She Comes Now dei Velvet underground. Ma io vi propongo l’ascolto di un pezzo del 1978 che era al passo con i tempi in cui si muoveva il punk.

Canzone – Baader Meinhof

8) – PINK INDUSTRY. Nati dalla mente di Jayne Casey come proseguimento dei Pink Military erano come i Cabaret Voltaire una band che usava strumenti elettronici vari ed anche essi erano orientati verso una dance alternativa… Ma questa band militante riusciva anche a sfornare brani suggestivi e introspettivi come quello che andiamo ad ascoltare.

Canzone – Is This The End

9) – FAD GADGET. Il nome vero era Frank Tovey. Grande cantante e performer sapeva sapientemente miscelare testi introspettivi che parlavano di disumanizzazione, società dei consumi, violenza domestica, mass media, religione, con una musica pop elettronica dal brillante tocco di industriale. Tra i suoi strumenti preferiti, il rasoio elettrico e il martello pneumatico. Di questa canzone esiste una versione registrata nello stesso periodo con la band tedesca degli Einsturzende Neubauten, ovvero Nuovi Palazzi che Crollano.

Canzone – Collapsing New People

10) – HEAVEN 17. Nome preso in prestito dal film Arancia Meccanica, questo trio formatosi nel 1980 era intensamente orientato a riabilitare la dance. Mischiavano sonorità punk e industrial esattamente come i loro coetanei Cabaret Voltaire e Fad Gadget e come tutti in quel periodo si avventuravano con i loro testi in una simpatica critica sociale.

Canzone – Crushed by the Wheel of Industry

11) – JOHN COOPER CLARK. Sembrerà strano ma in tutto questo giro di musica nella terribile Gran Bretagna che fece decollare il punk, c’è stato sempre posto anche per la poesia. Nel 1980 John Cooper Clark si è piazzato al n.20 della classifica degli Lp più venduti, poi è stato fidanzato con Nico e anche con l’eroina. Infine è apparso nel film di A. Corbijn sui Joy Division. Le sue rime baciate sono putride e sarcastiche, ma vere nel descrivere la vita quotidiana anglosassone. Personalmente penso che abbia influenzato lo spoken word di John Lindon in Religion dei P.I.L.

Canzone – Kung Fu International

12) – P.I.L. (Public Image Limited). Per questa band di pura avanguardia sonora nel 1978 si parlava gia di post-punk. Ma cazzo qui c’è solo un suono incredibile e tanta rabbia da sputare sul questo mondo. Ma per sottolineare le invisibili connessioni ho scelto la versione solo parlata di Religion

Canzone – Religion

13) – ANNE CLARK. Poetessa e musicista elettronica. Le sue liriche e le sue linee di tastiera hanno influenzato una generazione a venire arrivando alla generazione “rave”. I testi delle poesie spaziano dalla vita quotidiana, alla politica. Ma ho scelto un pezzo in puro stile “chill out” da fare ascoltare

Canzone – Poem Without Words 2 – Journey by NIght

14) – P.I.L. (Public Image Limited). Ancora i Public Image Limited con un brano da Metal box in puro stile ambient. Ecco che ancora una volta si capisce che tutto era connesso e se ascolterete per intero tutto Metal Box riuscirete a farvi un’idea di quello che ancora oggi ascoltiamo. In questo disco c’era tutto, proprio tutto

Canzone – Radio 4

15) – SPACE (KLF). E qui torniamo a Bill Drummond, questa volta assieme a Jimmy Cauty ovvero i KLF, la band dance più pazza del pianeta. Nella loro attività artistica mutarono sempre nome. Ebbero decine di n. 1 in classifica e arsero anche 1 milione di sterline. Per finire questa storia improbabile dal punk all’elettronica, li ascoltiamo nella loro incarnazione più oscura chiamata SPACE, quindi rilassiamoci insieme e buon mdma a tutti. Alla prossima.

Canzone – Neptune

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Categorie:Mixtape

Collirio delirio!

24 marzo 2018 2 commenti

Ciao, volevo postare la mia nuova compila con il sound Londra ’79. C’è del punk, dello ska 2 Tone e del dub ragamuffin. E’ una storia lontanissima dal mondo hip hop writing, ma fondamentale per tanti dell’età mia o di mio fratello (da cui avevo imparato un pochino questi dischi). Per qualcuno era roba normale, ad esempio a Treviso dai vecchi si era trasmessa abbastanza anche ai b-boy. Era roba bianca e nera mescolata, antirazzista, antifascista, aggressiva al punto giusto, importante. Ci sono i classiconi e qualche pezzata più particolare tipo Blessed are the peacemakers di Prince Far I (Cry Tuff & The Originals). Non è una cosa da specialisti: magari per qualcuno di voi può essere una intro verso un mondo musicale nuovo.

 

 

Ho invitato Vandalo a mixare un volume anche lui, con la roba che ascoltava nel Walkman, primi anni ’80. Ho in mente di farne una serie con diversi amici, se vi interessa scrivetemi.

 

 

A fine anni ’80 ero stato con Cyrus a Londra per due settimane. Una sera nel parchetto a Turnham Green ci eravamo presi la torta giamaicana del super, esaltatissimi. Giamaicana cazzo! Poi non era tanto buona, specialmente perché era da cuocere… ma sticazzi, mangiata cruda. In sostanza Cyrus parlava cockney e io non capivo una mazza. Avevo spulciato le pagine gialle finendo per scovare il negozio di Studio 1, del signor Peckings. Mi sa che ignorantemente avevo cercato alla voce Studio 1 o magari anche reggae per dire ah ah. Ci aveva raccontato un sacco di storie, avevamo preso lo ska e il rocksteady. Cyrus come vi ho già detto ha una cultura musicale spaventosa. Qui ci ha proposto la sua versione del Collirio Delirio, che figata.

 

 

Ci ha messo un volume anche Vanni, la sua presentazione:

Il 4° volume della serie lanciata da Shad con ispirazione Londra circa ’79-’81, con il reggae e la black music in generale ad influenzare punk e post punk. Tra Jam che fanno In the city (il titolo originale della serie era quello) da mods che coi rude boys sono sempre andati a braccetto, Marley che fa l’inno del concordato punk-reggae, LKJ che declama il bollettino di guerra dal suo punto di vista di giamaicano trapiantato a Londra, i PIL di quel John Lydon incaricato dalla Virgin di scegliere i giamaicani da pubblicare sull’etichetta, Ian Dury funky fresh buffone come pochi, Vivien Goldman con tutto il giro buono alle prese col dub arty, una serie di gruppi di estrazione wave prodotti da quel capo di Adrian Sherwood On U Sound, i campioni del suono 2 tone con pezzi tra dramma e commedia (a volte nera, a volte surreale), gli XTC con un pezzo favoloso nel cui incedere mi sembra di riconoscere il fantasma del reggae, ACR con una Shack Up funky quanto gelida, il tutto con le scene di un film come Babylon negli occhi, ambientato in una Londra livida e opprimente. E a chiudere le danze gli immensi Fall, con un pezzo in cui il reggae è giusto un retrogusto, un pretesto per inscenare una delle solite pantomime grottesche e scorbutiche come il loro leader, Mark E. Smith, da poco trasferitosi in una dimensione ancora più adatta a prendersi gioco della banalità.

 

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Panic in the city

17 marzo 2018 Lascia un commento

 

 

 

Terzo capitolo della compilation nata con l’idea vaga quanto temibile di produrre una specie di colonna sonora per momenti di euforia criminale nonsense, immaginate un b-movie in cui un medico pazzo (con le mie sembianze  hahahaha), dopo aver modificato in laboratorio un virus, lo diffonde in città provocando un’epidemia di questa sindrome caratterizzata, diciamo, da febbre, spasmi muscolari e da una slatentizzazione dei peggiori istinti umani; a seguire, scene di depravazione, violenza gratuita, vandalismi assortiti, malazioni di tutti i tipi insomma. I pezzi della compila, infatti, specialmente quelli del secondo e di questo terzo volume, sono tutti più o meno uptempo, febbricitanti, storti e in qualche modo violenti, pur provenendo da  ambiti musicali molto diversi, la sfida che mi ero lanciato era quella.

Quindi, buon ascolto, buone malazioni e… Kick out the jams motherfuckers!

Categorie:Mixtape

We real cool

16 marzo 2018 Lascia un commento

Ho provato a ricostruire un mix di generi diversi che poteva ascoltare un nero a NY nel juke box della sala da biliardo. Ci sono le note di copertina nella pagina Mixcloud, con tutta la storia della poesia di Gewndolyn Brooks. In sostanza è jazz con blues, doo wop, rhythm and blues, rock’n’roll. Circa 1959.

Poi tre mesi dopo ho fatto un volume 2 dove manca il rock’n’roll, c’è più doo wop e meno jazz. Darkettone come mood ma figo. Una parte di questa roba poi è diventata soul e soul jazz, un’altra parte funk. C’è un pezzo o due latin e qualcosa di Trinidad e Jamaica: continua un pochino il discorso West Indies ’50 che avevo esplorato in quest’altra serie.

Ho messo insieme anche un terzo volume che ha solo jazz e doo wop o quello che poi si è chiamato soul appena pochi anni dopo. E’ più pettinato e meno incasinato senza blues e rock. Il primo pezzo è boogie, che a fine anni ’50 ormai era fuori moda ma si sentiva ancora tra le righe e ne ho tanto in iTunes perché avevo iniziato questo filone nel 2016 all’East Market con il jump blues anni ’40 e le compile di sta roba vecchissima fatte da Gaz Mayall.

Oggi ho montato un volume nuovo con del jazz e un po’ di rhythm’n’blues, senza doo wop e soul. E’ un po’ prevedibile ma ci sono bei pezzi, è la roba che ascoltavano i mod a Londra, senza però i successi pop più scontati. La copertina dal barbiere prima o poi si doveva fare, i crediti sono nella pagina Mixcloud con il link ad un bel pezzone su Sugar Ray quando andava a tagliarsi i capelli.

Poi ho fatto un volume più 1960-61 con la nascita del soul: ho usato Aretha, Sam Cooke e le produzioni di Allen Toussaint e Harold Battiste che hanno segnato lo stile per anni a venire chiudendo definitivamente gli anni ’50. E che tra l’altro erano in buona parte businessman indipendenti, con le loro label nere a volte anche cooperative.

C’è un po’ di blues e del bel soul jazz Blue Note, il primo, non quello ormai stereotipato con i break e le melodie funky del periodo 64-68 che si ascoltava nei primi anni ’90 in compila quando i producer lo avevano riscoperto per i campionamenti. Che poi, il jazz di questo mixino suona anche vecchio rispetto al soul di questo mixino: il nuovo nel jazz ormai stava per essere il New Thing con tutta quella roba modernissima e spaccosa, spesso aspra e volutamente inascoltabile, provocatoria e dissonante. Stavo leggendo un pezzo l’altro giorno che non trovo più e un jazzista famoso diceva che i producer e le case gli correvano dietro col forcone per obbligarli a fare soul soul soul, e che loro per principio fuggivano fuggivano fuggivano, sticazzi e assoli sempre più imperscrutabili assurdi anodini. In questo mixino che segue siamo agli albori, diciamo 1960-61, i primi anni in cui si usava la parola soul con tutto l’armamentario di preachin’, congregation, soul food, message e sermon, organi e gospel. Un po’ come per il gangsta rap, poi c’erano veramente molti rapper che avevano precedenti di crimine e molti brothers and sisters che nei primi anni ’60 uscivano dai cori delle chiese come Aretha. Ma c’era anche della bella fuffa in giro. Boh, fateci voi la tara a un po’ di marketing culturale blackness. In ogni caso bless e statemi bene.

L’ultima ha le organate soul jazz, i jazz vocalist e il soul moderno con un pezzo anche di popcorn, che avevo scansato negli altri mix. E il jazz che sarebbe venuto poi: il soul spirituale con John Coltrane (che come quasi tutti aveva suonato molti anni anche in band R’n’B) e il free con Ornette Coleman. Stavo leggendo (qui) che Coleman diceva proprio che quando stava imparando lui, le distinzioni tra i generi non erano importanti per chi suonava e nemmeno per l’audience: soul, jazz, pop, r’n’b, bebop, dance. Fighissimo. C’è anche Muddy Waters con il suo blues. Il primo pezzo di Oscar Brown riprende il discorso della poesia nel primo volume.

Ho messo insieme un nuovo volume bellino con doo wop classico e nuovo, quasi soul più dei bei ritmi R’n’B e il jazz hard bop classico di Art Blakey quello ritmato e down to earth che già i dj usavano a Londra già da sempre nei famosi locali da cui poi è nato alla fine l’acid jazz nella seconda metà degli anni ’80. C’è sempre molta roba di New Orleans e qualche successo ormai di pop nero come Last Night dei Mar Keys e Night Train di James Brown. I mercati razziali, i race records, erano ormai verso la fine e un successo si poteva vendere a tutta l’America: erano gli ultimi anni ormai in cui per esempio il gruppo doo wop originale aveva una hit nera e poi un gruppo bianco la copiava e la vendeva ai bianchi. Ho messo due oldies vere e proprie, le Shirelles e i Teenagers con Frankie Lymon che in Giamaica aveva rifatto Derrick Harriott (la fantastica Why do fools fall in love).

Oh, ovviamente è un gioco: per dire quasi tutto il blues, soul e R&B è fatto di compile. Anche una parte del jazz, la base era già tracciata dai tempi dei Jazz Juice della Streetsounds che chiudevano l’era jazz dance di Londra, oggi con raccolte come Soho Scene e Jukebox Mambo uno si può inventare collezionista delle cose più folli senza avere a casa nemmeno un pezzetto di vinile… Sono piccole ricognizioni in un territorio che non conosco, e la roba che si compera ormai non è niente al confronto di bootleg da 50 volumi di singoli originali come questa qui che ho appena scoperto nei blog, aiuto non ne esco più…

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P.le Loreto

13 marzo 2018 1 commento

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Volevo riascoltare la roba delle cassette di Spyder e volevo anche provare a mescolare rap con pop bianco e RnB grazie all’aiuto di Vanni. Ne è venuta fuori sta cosa qui, che in teoria sarebbe da mixare ma io son troppo belva e non ho mai imparato. Devo dire anche che mi ha preso un po’ la mano con le dub version. E’ hip hop del 1986, appena prima che arrivasse la nuova onda di Public Enemy, 2 Live Crew e NWA che era la roba che ascoltavano Fly e 2Mad poi l’anno dopo quando li ho conosciuti e ci si vedeva in Loreto. Spyder aveva più sta vibra hip hop da festa vecchia scuola, non era più di tanto dentro al sound gangsta che stava esplodendo, ascoltava la roba di qualche anno prima e andava indietro fino ai primi anni ’80, fino agli Chic. Ho cercato di stare su quell’idea lì che era veramente fighissima. Il 1985-86 erano stati anni di transizione prima dell’esplosione del 1987, in Giamaica avevo messo insieme la cosa in questi mix.

Livello di ascoltabilità: molto basso.

Poi oggi, sei mesi dopo, ho fatto il volume 2, con la roba che si ascoltava nel 1989. Io giravo con i PWD, cui dedico questi ricordi, e con la mia crew di freak del liceo Berchet. Andavamo in via Leoncavallo, si prendeva un deca di fumo per il sabato sera e la maria non girava quasi, era arrivata credo qualche anno dopo dall’Olanda e poi dall’Albania, quella chimica che pizzicava. Marchino e Papero avevano preso le consegne dalla generazione di Atomo e Swarz, epoca del Freddie Krueger al Leo. Sul palco c’erano i primi concerti hip hop e ragamuffin, ma i b-boy spesso avevano problemi anche gravi lì al Leo, tipo Space 1 e Sean se non ricordo male. Testosterone a palla, ego a palla, tutti erano giustissimi e durissimi, due coglioni l’hip hop, roba da dargli la pastiglietta di Lorazepam a tutti la mattina. Io alla fine avevo imparato tanto sia dai compagni sia dai fratelli. Ora son tre anni che lavoro nella moda e ho imparato tanto anche lì, come sempre io centro come i cavoli a merenda ma va bé non sottilizziamo.

Piazzale Loreto era la base di Fly, al Mac lato Buenos Aires prima, epoca Luigi Re della Chiavata Veloce e ibizenchi vari. Poi stavamo lato via Padova, epoca dei bombing. Phase cercava di catechizzarci e noi cucciolotti imparavamo dai maestri e spaccavamo, chi più chi meno ma spaccavamo lo stesso anche chi era un po’ scarso come me. Nel senso che questa musica va ascoltata con i mix di Red Alert e Marley Marl, o per dire anche Bassi Maestro che ha pubblicato da poco un tributo a questi anni. Io per stare true to the game ci ho messo due bei dubboni di T La Rock e Mantronix. Respect. Va bé non sottilizziamo sulle mie abilità di disc jockey, sono ricordi, gran bei ricordi.

La sera era normale stare in giro a taggare 3-4 ore a piedi, con il Walkman, avere due cassette da 90 minuti già ti sentivi un King della Zulu Nation a meditare sui tetti dei project nel Bronx ah ah, bei tempi… i PWD avevano subito duramente il periodo succhetti di frutta, in cui Spyder spiegava che l’unico marker degno di nota era la bottiglietta di vetro piccola con il cotone e qualche inchiostro nocivo che sapeva fare lui. Ovviamente litri di nero da tutte le parti, tasche e giubbotti devastati, colate laviche di nero ogni lettera, un degenero… con questo vi saluto e vi auguro di poter realizzare l’ideale Zulu: Peace, Unity and Having Fun…

Livello di ascoltabilità: medio con asperità.

Ho fatto il volume 3 con il rap del 92-93 un po’ come piaceva a me e non ci ho messo Hits from the bong e Jump around, che in Aspro era il messaggio subliminale per il pogo, dolore, mazzate e morte. C’è il cosidetto alt hip hop, il rap alternativo meno aggressivo, è uscito un po’ in chiave Pharcyde, De la soul e Black Sheep, gruppo di cui Yndy aveva l’album e che suonava con grande devozione. Ci ho messo nella cover poi i fasci appesi giusto perché su Google Images risultano il fatto più importante sulla Piazza Loreto e mi sembrava simpatico visti i tempi che corrono. CKC TRUKALONE. Ciao.

Livello di ascoltabilità: buono.

 

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Cyrus: Clockwise revolution

26 febbraio 2018 Lascia un commento

Cyrus ha pubblicato un nuovo mix di vinile anni ’70, funk psichedelico con influenze rock ma consapevolezza Black Power. Anche questo come l’altro mixtape Cries of the ghetto usa le voci dei report giornalistici di quell’epoca, per cercare di uscire dalla logica della bella selezioncina di materiale raro e dare un’idea migliore di cosa stesse succedendo ai neri americani in quel periodo, quale fosse il clima in cui nascevano questi gruppi. Buon ascolto.

 

 

 

Categorie:Milano, Mixtape

Dance hall vibes…

19 dicembre 2017 1 commento

Ho postato tanto vintage ’50/’70 e qualcosa di ’80, forse è il momento di postare il vintage ’90, che per voi lettori giovani è come per me quando ascoltavo la roba del 72/73 con gli album classici di Stevie Wonder e Sly Stone.

Volevo farvi ascoltare il sound della dance hall di quegli anni, che qui a Milano suonava il Bass fa Mass. La crew era composta da Pato, Wosse, Yndy CYB e me poi Skywalker quando il sound è diventato un po’ il resident di Pergola con il loro impianto (la fase precedente era in Mandragora, qui la storia). Era l’epoca del new roots, erano tornati tutti i riddim classici del rocksteady e stavano uscendo artisti super importanti: Luciano, Buju, Sizzla, Capleton, Beenie Man. Periodo d’oro della dance hall.

Vi posto due special che rappresentano le etichette con il sound più consistente e classico di quel periodo. Wosse e Yndy ne avevano scatoloni, oggi è tutta roba che hai voglia a caercarla, non è facile rimetterla insieme. Xterminator, Penthouse, Digital B. Producer immortali.

 

 

 

Un ringraziamento a Timeless Reggae Show che manda online questi lavoroni.

Come artisti i miei preferiti erano questi che vi posto. Io non ero tanto sul bashment gangsta, mi piacevano i riddim wicked e il Bogle ma ero più da classici. Sizzla non mi piaceva, nemmeno Beanie. Però usciva veramente roba pazzesca, anche Sizzla per dire, Babylon Cowboy, Shabba con Cocoa Tea in Flag Flown High. Spaccavano tutti comunque di bestia. Buon ascolto a tutti, bless. Vi ricordo un’ultima cosa: l’erba è roba sacra, non fate i fattoni ok?

 

 

 

La storia del Bass fe Mass la avevo scritta tanti anni fa in questo post. Il nostro sound più old school, quello della fine periodo rubadub, era stato portato da Londra grazie al Papero a metà anni ’80 e lo avevo postato qui.

Categorie:Milano, Mixtape