Jazz, beats & rhymes

13 ottobre 2020 Lascia un commento

Ascoltate il nuovo volume della mia serie jazz rap: questa volta inizia con un flashback soul e poi finisce con dell’alt rap politico assurdo, più il jazz degli artisti di oggi. Non ci troverete il jazzy rap stereotipato con i campionamenti jazz da clubbettino elegante e nemmeno il jazz hop lo fi con i beat che non hanno niente da dire. Tutta la serie si trova a questo link.

Categorie:Mixtape

Type CKC: I capricci in Metrò

11 ottobre 2020 Lascia un commento

Type mi ha mandato un po’ di ritagli dai quotidiani dell’epoca. Qui abbiamo una chicca, credo sia de Il Giornale: l’autore Giorgio Soavi, scrittore e poeta, era amico di Montanelli e aveva dato lui il nome al nuovo quotidiano nato nei primi anni ’70. Qui il Soavi si era inventato una lettera in cui la mamma di un writer difendeva il figlio raccontando con il cuore in mano le avventure del giovane bomber con il sogno di esporre alla Biennale di Venezia. La magia si era raggiunta con il passaggio evidenziato da Type in blu per via della cannetta telescopica con cui secondo lui si bombizzava la Linea 1 senza prendere l’alta tensione del terzo binario. Geniale il Soavi, maestro del giornalismo all’italiana.

Categorie:Milano

Jazz e alt hip hop – una serie in mixtape

28 settembre 2020 Lascia un commento
Categorie:Senza categoria

Agli albori del writing italiano con Cerebro Fritto

21 settembre 2020 Lascia un commento

Vi presento un racconto orale di Paolo Dolfini, uno dei primissimi a dipingere sui muri a Milano al di fuori delle scritte politiche di movimento. E’ un onore raccogliere una parte della sua storia e per questo ringrazio Vandalo e Giacomo Spazio che ha creato il contatto.

Anno d’inizio, che situazione era?

Il primo serigraffito che ho fatto è stato “Three Stomping Men”, erano 3 uomini ed  ho ancora la mascherina. Stiamo parlando del 1982, ero tornato da Barcellona, mi avevano affascinato questi serigraffiti che si vedevano in giro nel quartiere che circonda la Rambla. Mi dico, vediamo come funziona, e cosi presi un Poliplat, un supporto molto rigido e molto scomodo che ritagliai con un cutter. Poi negli anni questa mascherina la rifeci, forse nell’85, in acetato. Era la sagoma di tre uomini che ballavano  con delle note musicali. Andavo in giro in bicicletta, vedevo un angolo buio, un crocevia e gli bombardavo gli uomini che danzavano. 

Dopo è nata questa cosa del Cerebro Fritto, di cui ho ancora la mascherina originale in Poliplat rigido. In realtà era un’operazione fatta in due momenti. Cioè io mi incazzavo molto spesso per degli articoli che venivano pubblicati, soprattutto sui giornali di destra o reazionari. Sapevo chi li scriveva, o molte volte poi lo scoprivo: se il giornalista viveva in città, a Milano, mi informavo sul loro indirizzo postale. Poi spruzzavo un Cerebro Fritto su un foglio di carta di giornale, lo piegavo e lo mettevo in una busta, poi glielo mandavo via posta. In seguito andavo a farglielo sul portone del palazzo, di modo che lui e lui solo sapesse che quel Cerebro che tutti vedevano in realtà era il suo. Non poteva denunciarmi o mandare le forze dell’ordine a cercare chi lo avesse fatto, però in realtà lui era perfettamente cosciente che i cervelli che tappezzavano il suo quartiere erano per lui. Ne avrò postati una ventina, a un certo punto volevo anche numerarli, per dare un senso di storicità, o che magari anche il giornalista lo tenesse. Però poi visto che la cosa di Cerebro Fritto piaceva, l’ho scollegata dal significato di  denuncia della stupidità umana di un singolo soggetto e in realtà poi l’ho sparsa sul territorio liberamente. La cosa curiosa è che probabilmente, non so per quale motivo, mentre degli altri miei segni è difficile che trovi traccia oggi, sono passati quasi 40 anni, di Cerebro Fritto ogni tanto ne ricompare qualcuno perché si vede che le tinte che usavano allora per coprire non erano così potenti, per cui ogni tanto ne rispunta uno, magari quando piove tanto. Per esempio in zona Romana, in via Muratori sul muro che fronteggia il civico 6 ce n’è uno che continua a rispuntare, e che puntualmente viene coperto per poi riaffiorare. Cerebro Fritto ha girato soprattutto in zona Città Studi, Porta Romana, Ticinese e Bovisa. 

In quel momento  sui muri di Milano, c’erano quasi solo scritte politiche.
Ogni tanto mi capitava di trovare dei compagni che graffitavano e c’era un po’ di curiosità ma anche di critica da parte loro. Perché invece di scrivere qualcosa  con un messaggio immediato di denuncia, in realtà graffitavo un messaggio molto più etereo, più onirico. Però mi piaceva in qualche modo, già le cose politiche le facevano loro, io volevo creare una certa sorpresa, una curiosità nelle persone che la mattina andavano al lavoro e si trovavano un Cerebro Fritto con cui confrontarsi. Al di là delle persone che lo ricevevano per posta, che invece sapevano esattamente cosa significasse. 

Senti invece Stop Apartheid che idea era? 

Stop Apartheid era nata perché volevo dare il mio contributo alla lotta all’apartheid in Sudafrica. Erano i primi tempi in cui diciamo il razzismo cominciava ad affiorare anche in Italia nei confronti degli immigrati, soprattutto di origine africana. Perché ai tempi c’erano i famosi “Vu cumprà”, cosi venivano dispregiativamente chiamati gli ambulanti che vendevano per sopravvivere un po’ quello che trovavano. Allora era un po’ una sorpresa, era una cosa nuova. Per cui decisi di usare un serigraffito e disegnare questa mascherina prendendo spunto dalla segnaletica stradale, ho preso gli omini che segnavano l’uscita di sicurezza. Facendo il positivo/negativo e mettendoli insieme graficamente, dimostravo che le due cose erano l’una il compendio dell’altra: uno bianco, uno nero, uno era un segno in negativo, l’altro in positivo. Poi la mascherina veniva girata, ce n’erano due, una se il muro era scuro e una se era chiaro. Era la dimostrazione che in realtà non c’era differenza, perché a seconda di come tu vedevi la cosa, la sagoma era la stessa, non ce n’era uno più grande o diverso dall’altro. Bianchi e neri erano uguali. Quindi ho cominciato prima a spruzzarlo in giro per la città, soprattutto nelle zone dove dove questi immigrati vendevano le loro cose, dove abitavano. Poi siccome loro vendevano, anche delle t-shirt, mi son detto: se riesco a far sì che invece di vendere t shirt sul “Puttan tour” e quel tipo di cazzate che vendevano, tipo “I love Milano” e simili. Mi son detto, se loro riuscissero a veicolare questo tipo di simbolo,  sarebbe un primo passo per per moltiplicare ancora di più questo messaggio. Per cui non so, ai tempi decisi di investire nell’operazione forse centomila lire per comprare delle magliette bianche e nere. Feci fare il telaio serigrafico e stampai penso un centinaio di magliette. Poi feci una decina di acetati con l’originale del logotipo e poi andavo dai ragazzi che vendevano in strada e gli dicevo: guarda, ti regalo 5 magliette e un originale, se tu le vendi e se ti piace l’idea, vai da chi ti vende le magliette e digli  che tu vuoi che ti faccia questa stampa. Regalai sostanzialmente una decina di questi acetati con un centinaio di magliette  e la cosa in effetti funzionò perché le vendettero immediatamente. Vendute da loro, avevano un significato ancora maggiore. Per cui poi portarono evidentemente questi acetati ai loro fornitori e cominciarono a stampare e a moltiplicare le magliette , che poi vennero prodotte in Francia, in Olanda e in giro per il mondo. Poi, oltre a moltiplicare le magliette, feci una serie di cartoline, qualcosa come 15.000 cartoline che distribuii gratuitamente. Poi le feci in collaborazione con alcuni locali come Riva Verde, Zimba, Soul to Soul e alcune discoteche che volevano diffondere questo messaggio. Poi feci le cartoline adesive, poi quelle fustellate in maniera che ciascuna avesse 20 adesivi con il disegno Stop Apartheid a francobollo. Oltre a questo, poi feci i timbri da regalare alle associazioni antirazziste e la gente cominciò a timbrare le banconote. C’era un’associazione, in via Pietro Custodi, direttamente collegata con lo ANC di Nelson Mandela: loro ad esempio poi produssero autonomamente i timbri, forse mille o duemila, per distribuirli a livello internazionale. Mi è capitato di trovarmi dal tabaccaio e come resto ti arrivava la banconota timbrata con il logotipo, mi è capitato di vederlo su degli striscioni a manifestazioni e quant’altro, di trovarlo in Brasile. Lì una società che vendeva magliette ha cominciato a vendere centinaia di magliette Stop Apartheid: gli ho detto, bene, puoi usarlo ma se tu le vendi per profitto poi devi fare una donazione. Vidi il logo in pellicole cinematografiche, nelle manifestazioni di piazza, fu declinato veramente in tantissime  maniere e ogni tanto lo utilizzano ancora. Il primo Stop Apartheid è del 1986. Gli originali erano 30×40, poi ne vennero fatti altri e ne fu fatto uno con lo zinco delle lastre da stampa, enorme, forse più di due metri, venne dipinto al Leoncavallo e rimase lì per un po’ di tempo,  di quello purtroppo non ho proprio più nessun documento o memoria fotografica perché poi venne coperto. La vita dei serigraffiti era sempre molto breve.

Senti, i linguaggi ortodossi, lo stile di New York classico del writing?


Mah, io sono sempre stato attirato dalla serialità del segno, dall’idea di fare un segno e moltiplicarlo in serie. Poi devo confessarti che la mia capacità era di ricerca e di sintesi sul concettuale, non avevo una grande abilità nel disegno artistico a mano libera. Ero più un grafico che un pittore. Io usavo molto il proiettore, e l’ingranditore da banco, progettavo molto piuttosto che fare il freestyle e andare a occupare lo spazio con il disegno libero. Poi mi è capitato di conoscere un po’ di writer di New York. Quando vennero a Milano nei primi anni ’80 frequentai A-One, eravamo amici, un po’ di cose notturne, alcuni bagordi e una meravigliosa indimenticabile festa di compleanno insieme in uno studio in via Melchiorre Gioia con musica dal vivo, dj set, proiezioni dove venne moltissima gente. Ero amico di Sara Nitti, che li aveva conosciuti a New York e li aveva invitati qui.  Per un periodo  il gruppo di New York visse a Milano: conducevano una vita molto intensa e libera, fuori dagli schemi, riuscivano vendere bene le loro opere, erano molto  richiesti dai galleristi  ma quella vita arrivava  molte spesso vicino al limite. La mia indole mi portava invece a rimanere nei limiti, non mi è mai piaciuto  perdere il controllo di me stesso. 

Com’erano loro, wild?

Sì, ma erano anche molto umani, parlo di A-One e Rammelzee, erano anche molto “affettuosi “ con chi poi gli era amico se si può usare il termine per dei “bad boys” come loro. Poi a loro piaceva la storia che io fossi vissuto in Giamaica, A-One ascoltava tanto reggae, aveva i suoi piccoli Dread, era curioso sul fatto che io avessi conosciuto Marley… 


Aspetta, spiegami un momento che son caduto dalla sedia.

Sì nei confronti di Marley, ho un grande rammarico, che è stato quello di non essere mai stato uno sportivo. Certo da giovane mi piaceva giocare a basket, andare con la bici da corsa, o frequentare la palestra, ma non ho mai fatto  sport con passione come molti dei miei amici che passavano i pomeriggi giocando a pallone. Quando a Kingston mi è capitato di frequentare Island House, stiamo parlando veramente del ’78 o ’79, c’era Marley che giocava praticamente a pallone tutti i giorni. A casa sua c’era la cucina all’aperto per cui tu mangiavi con loro Ital food, cucina super naturale e poi dietro c’era il campetto, un piccolo campetto di calcio. Per cui loro, quando seppero che ero italiano, cominciarono a sfidarmi: “Hey italiano, giochiamo a calcio? Vieni a giocare a calcio”, e io guardavo le mie gambe magre e guardavo i muscoli sulle loro ed io ero l’unico bianco e per di più un pessimo giocatore, loro tutti Rasta che giocavano veramente, incazzatissimi con la storia e con un debito da riscuotere nei confronti dei bianchi e degli Italiani in particolare, per via dell’occupazione fascista dell’Etiopia. Poter giocare con loro era una opportunità unica, un privilegio incredibile ma mi dico “Qui appena entro in campo, al primo pallone, penso io, mi falciano e se la ridono”. Era chiaro che sarebbe andata così, senza troppa cattiveria ma sicuramente con un poco di giusta malizia  Così non sono mai entrato in partita, stavo a guardare e tutte le volte mi sfottevano, tutte le volte ripetevano l’invito e ricordo che conoscevano più loro i nomi dei calciatori italiani di quanto li conoscessi io. 


Ma tu come ci eri arrivato a casa di Marley in Hope Road?

A quel tempo stavo con una fotografa americana di origini giamaicane, Bunny Brissett che avevo conosciuto a San Francisco quando collaboravavo come fotografo free lance per una rivista francese di Jazz che si chiamava Jazz Hot, a quel  tempo lei stava lasciando la professione di fotografa per iniziare la professione di vocalist. Arrivati in Giamaica cominciammo a frequentare la casa  di Marley, almeno due o tre volte a settimana si passava da lì. Era l’anno che lui era tornato  in Giamaica, dopo che aveva subito l’attentato al Peace Concert, ed era rimasto lungo tempo all’estero senza rientrare, per cui c’era tutta uno schema di sicurezza per entrare a casa sua. Arrivavamo a piedi, ero un giovane di belle speranze, non potevo permettermi di girare in  macchina o di arrivare in taxi. Ho un altro rammarico: io avevo sempre con me una borsa militare con dentro due Nikon F e tutti gli obiettivi, un peso costante,  ma non mi sono mai sentito nella situazione di tirarle fuori e fotografare perché non volevo rompere l’atmosfera, preferivo condividere quei momenti, essere accettato come un giovane dalla folta chioma riccia che abitava in Giamaica e veniva dall’Italia e che passava per sedersi a chiacchierare con loro, che fumava, mangiava e trascorreva il tempo in tranquillità. Se avessi estratto le macchine sentivo che avrei rotto l’incantesimo avrei perso la magia di quei momenti e quel senso di amicizia condiviso che si respirava in quella vecchia casa coloniale di Hope Road. Io in qualche modo era l’unico elemento estraneo perché ai tempi in Giamaica non c’erano molti altri bianchi che venivano da fuori e soprattutto che rimanessero lì a vivere. Poi certo c’era Chris Blackwell, che era il titolare della Island Records, a Kingston qualche discendente giamaicano dei vecchi coloni inglesi. Per cui tu per entrare in casa  dovevi passare un controllo e  una specie di percorso a serpentina con una serie di curve a zig zag, per evitare che le macchine potessero entrare velocemente, e che  potesse ripetersi un altro attentato come quello che era era successo anni prima. Poi, dalla grande hall in fronte alla casa  dove stavamo tutti  c’erano dei citofoni interni per entrare in casa, nelle altre stanze, nello studio e nelle zone private. Però tutto lo spazio dell’entrata con i gradini di accesso ed il giardino era assolutamente aperto alle persone che loro accoglievano. C’era sempre il cuoco, che cucinava per tutti e una serie di rasta che non sorridevano mai e che erano visibilmente armati, il cui compito era vigilare sulla incolumità di Bob e proteggere il suo entourage. 

E Marley che aura aveva?

Lui era una persona estremamente tranquilla, non ti dico che fosse uno che accoglie tutti a braccia aperte. Ti osservava, ma ti rivolgeva la parola e conversava con te. Era uno con cui era piacevole stare, si sentiva che era una persona con un enorme carisma, che godeva di un grande rispetto da parte di tutti sia da parte dei componenti della famiglia che del  gruppo e di tutti i rasta che passavano di lì. Però era un periodo molto tosto. A Kingston c’erano sparatorie tutti i giorni. Fortunatamente io abitavo buona parte del tempo nel Portland Parish in una zona soprannominata Windsor Forest, una regione di montagna, non che lì fosse un paradiso di serenità ma sicuramente viverci era più tranquillo che nella capitale. Prendevo un autobus che partiva da Kingston e che  si chiamava ’Irving Bus sino a Long Bay e poi da lì salivo a piedi sino a dove abitavo assieme a una comunità di rasta. Ogni tanto andavo a Kingston per frequentare la casa di Marley, o per stare a Trenchtown e ricordo anche innumerevoli viaggi  per sollecitare il sarto che mi stava confezionando un completo su misura in perfetto stile military roots. Andavamo qualche volta a Studio One, anche lì stavi in cortile, era una cosa pazzesca, c’erano  file di persone che arrivavano speranzose in attesa di un’audizione e di un possibile contratto discografico e che poi venivano puntualmente respinte. Però devo dire che in realtà nessuno si abbatteva, 9 su 10 venivano trattati malissimo, perché tutti volevano registrare e veramente solo uno su dieci/venti ce la faceva faceva, e se aveva capacità arrivava anche solo ad una audizione o ad un irraggiungibile demo. Giravo spesso per Kingston con Robbie Shakespeare, che faceva la sezione ritmica con Sly Dunbar e aveva una vecchia e bellissima Rover Marrone, dagli interni in pelle con un profumo indimenticabile. Gregory Isaacs, aveva un negozio sulla Parade. Ogni tanto mi diceva: vieni ti faccio sentire un po’ di cose. Solo che poi mi ritrovavo a sera che mi aveva venduto immancabilmente un sacco di dischi e la maggioranza di questi erano suoi. Sono ancora appassionato del suo sound: un carisma e una voce unica.


Al villaggio com’era?

La località si chiamava Upper Fair Prospect a Windsor Forest, come la foresta di  Robin Hood in Inghilterra, la comunità rasta fabbricava scope per vivere, che poi vendeva a Kingston. Le facevano con la paglia di alcune palme e con i manici in legno preso dalla foresta, in città li chiamavano Bobo Broom. Realizzavano  anche sculture e sagome di leoni o spille con iconografia rastafari, ritagliate dai gusci delle noci di cocco.Queste le portavamo  a Port Antonio, l’unico giorno della settimana in cui arrivava  una nave dalla Florida. I rasta di Windsor Forest erano gente molto seria, la Bibbia era onnipresente: io ero scappato dal catechismo in Italia e mi ritrovavo a parlare di religione con loro. Però devo dirti che alla fine era un contesto così affascinante, si  passavano le serate davanti al fuoco… anche se i momenti di lucidità, così come intesa comunemente,  si contavano sulla punta delle dita. A volte pensavi seriamente di essere sulla luna, soprattutto quando questa era piena e diffondeva una luce argentea e potente su tutto e su tutti. Li non era come da noi che si fuma condividendo, li  giravano certi Spliff di Maria, e ognuno aveva il suo, erano sempre personali. Se tu pensavi di liberarti dalla quantità “industriale” che ti avevano confezionato, cercando di passarla al vicino, non era assolutamente possibile: se c’erano 8 persone c’erano 8 spinelli giganteschi. Tamburi, nayabinghi, ital food tutte le notti, personaggi veramente incredibili, discussioni interminabili, a volte molto profonde, molto illuminanti.Ricordo un amico che faceva piccole riparazioni di idraulica: si era costruito una pipa personale ad acqua utilizzando tutti i pezzi di materiale che sostituiva, cosi riusciva ad accendere una quantità veramente enorme di Ganja che passava gorgogliando in quel marchingegno vagamente “steam punk” e che assomigliava ad una grossa Tuba. La cosa fantastica della Giamaica a quei tempi perlomeno, ti sto parlando del ’79, e di dove abitavo io, era che di notte non c’era luce. Ti arrivava sempre costante  il suono del basso, e capivi se in zona c’era qualcuno che suonava, o che c’era una festa se questo suono era più alto e presente del solito. Tutte le feste erano praticamente al buio. Se l’amministrazione metteva i lampioni, potevi stare sicuro che due giorni dopo questi lampioni venivano resi inutilizzabili perché nessuno voleva la luce. Da ragazzo bianco, da unico bianco in tutta la zona, questo mi faceva anche un certo gioco perché così  anche io potevo muovermi liberamente senza che nessuno lo notasse, e se andavo a trovare una ragazza o altro, evitavo che il giorno successivo  lo commentassero tutti. Nell’oscurità potevo muovermi inosservato. Di giorno non godevo di questo anonimato, tutti sapevano dove ero con chi stavo e cosa facevo. La situazione era tesa anche con la polizia, la repressione dei rasta era fortissima: manganellate, violenza, carcere per lunghi periodi. Però, per me, è stato forse l’anno più magico della mia vita.


A Milano in quel momento c’era reggae?

Quando tornai no, tornai con i miei capelli ricci ma avevo lasciato un dreadlock. E, al di là  dei miei genitori che inorridirono, anche in città per la gente era uno shock, perché questo dread sembrava qualcosa di disdicevole. Non lo capiva nessuno. Mi ricordo che volevo scrivere un articolo sulla musica reggae, cosi andai negli uffici di Ricordi in centro,  che era il contatto italiano della Island. Non potevano credere che qualcuno si interessasse al reggae e volesse parlarne seriamente, di un genere di musica che per loro non avrebbe avuto nessun tipo di sviluppo. Per cui, mi accolsero con un misto di divertimento ma anche di interesse e mi regalarono un sacco di dischi che avevano e di cui non sapevano che farsene, felici di disfarsene.

Categorie:Milano

Due mix con il jazz sudafricano di oggi…

20 settembre 2020 Lascia un commento

Categorie:Mixtape

1993, ospiti in Salento: Solow, PWD

20 settembre 2020 Lascia un commento

Tutto era iniziato all’ippodromo di Follonica, era l’ultimo giorno di quella che verrà ricordata come la più folle delle convention e dove per circa una settimana alcune delle più attive crew italiane hanno vissuto assieme in una vecchia colonia degli anni 30 nel litorale toscano. Quella sera il direttore dell’ippodromo ci aveva invitato a cena in tribuna, un modo elegante per ringraziarci di aver dipinto in quei giorni parte del lungo muro perimetrale della pista. Nel corso della serata erano state servite diverse portate il tutto accompagnato da svariate bottiglie di vermentino fresco. Mi restavano pochi soldi in tasca e durante la sezione del trotto ho voluto giocarmi la sorte di quella vacanza, era la settima corsa, il mio numero fortunato, cavallo di Jesolo di nome Maine, fantino con casacca rossa con M stampigliata sulla schiena… non era un favorito anzi dai coefficienti sembrava proprio una schiappa. Ci giocai più o meno tutto quello che mi restava in tasca vincente, secco. La gara iniziava e Maine è partito come una furia, dopo la seconda curva è partito a razzo posizionandosi tra i piazzati… negli ultimi 100 metri ha superato tutti… Maine aveva vinto! Mi sono precipitato in cassa, uno strano tipo prima dei conteggi finali mi aveva offerto una bella cifra in cambio della ricevuta della scommessa, non accettai e attesi in coda i pagamenti… 380.000 lire… una bella sommetta per l’epoca. Con quei soldi decisi di aggregarmi a Shad e Kado alla volta del Salento.


Nel sud Italia ci ero stato altre volte, in Campania in vacanza al mare da ragazzino con la famiglia ma la Puglia per me era un luogo completamente sconosciuto. Kado aveva delle dritte per dormire, alla stazione venne a prenderci Fabiana… una ragazza che cantava del giro dei Sud Sound System. Ci siamo accampati da lei un paio di giorni, poi era evidente che nel suo appartamento non potevamo parcheggiarci in tre… Kado rimase dalla Fabiana e io e Shad finimmo per aggregarci a una strana community che si era addensata in una duna alle spalle delle Due sorelle, nella spiaggia di Torre dell’orso. Con noi c’era Fabrizio un freak superstite dagli anni ’70, poi Raff, Alessiomanna, compagni e squatter provenienti un po da tutta Italia… soprattutto da Milano e Bologna. Fummo accolti dall’ampia rete sociale che gravitava intorno ai Sud Sound System… tutte persone meravigliose che mi porterò sempre nel cuore. Nando, ippopotamo lo avevo conosciuto un paio di anni prima a Padova ma fatta eccezione di lui eravamo dei perfetti sconosciti.. questo non impedì di essere accolti come dei fratelli, di prendere parte alle innumerevoli dancehall, di scoprire il Salento in tutta la sua bellezza. Io all’epoca ero una specie di rude boy, felpa e boots in spiaggia e Heineken d’ordinanza in mano… con Antonio, dj war, siamo diventati amici… parlavamo di musica, anche lui amava il rocksteady, lo ska e siamo finiti un paio di pomeriggi nella sua splendida casa ad ascoltare musica, ricordo che ci raccontò che il suo sound system lo aveva progettato niente meno che Jazzy B dei Soul To Soul… È così che mi chiese di dipingergli il furgone con cui si portava in giro il sound e che vedete tra le foto… War!

Le polpette di Toto in centro a Lecce, il tufo, il rosé prima che diventasse di moda, il calore e l’ospitalità che ci è stata riservata durante quella vacanza resterà per sempre nel mio cuore. Con Shad abbiamo condiviso il nostro angolino di duna, ovviamente rientrando sempre per ultimi all'”appartamento” ci toccava il posto sopra un buco tra il fogliame dei pini marittimi e venivamo svegliati all’alba dal sole, proprio davanti al mare con il rumore delle onde. Una sera dei mafiosetti, fascistelli locali avevano provato a sgomberarci dalla duna, qualcuno aveva detto che erano armati, intervenne Bacchettone un compagno milanese, che riposi in pace: senza esitazione gli fece capire che non era aria e di levarsi dai piedi… poche parole, non li abbiamo più rivisti. Le feste alla piattaforma… uno scoglio dove si ballava il reggae fino all’alba, Kado con il suo sorriso e lo sketchbook sempre in mano, Soulee B che faceva il bagno ogni giorno al calar del sole… Il pezzo che avevo dipinto nel muro di calce di una masseria rispecchia quel periodo, è molto diverso dagli altri miei pezzi… c’è qualcosa che ha a che vedere con quella vacanza… e poi tutti i nomi intorno dei protagonisti di quella scena incredibile, del reggae salentino che stava nascendo in quel momento. Ci sono voluto tornare anni dopo in quegli stessi luoghi… torre dell’orso era irriconoscibile, la festa della Taranta attirava migliaia di persone… la magia non c’era più o forse ero io che nel frattempo non ero più quel rude boy con la Heineken che non faceva mai il bagno. Un saluto affettuoso a tutti, a Kado che non c’è più e che ci convinse a scoprire con lui “lu Salentu”, lu mare… lu mieru e lu ientu…

Grazie a Fabrizio per questo bel racconto e per le due foto mai più viste dopo quell’estate del ’93. Della convention di Follonica avevo parlato in questo racconto quando Emiliano da Roma aveva ritrovato la foto della crew, poi Moplen due anni dopo ci aveva mandato tutte le foto della parete dell’ippodromo di Follonica, citate all’inizio di questa pagina.

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School’s out files 01: Sky4 1992

10 settembre 2020 Lascia un commento

Questo non ve lo ricordavate, eh?
L’idea sarebbe quella di fare una serie di post sui pezzi fatti nelle scuole.
Solitamente sono pezzi relativamente poco conosciuti, dato che si trovavano all’interno di licei o università e, spesso, capitava che fossero sconosciuti pure i writers che operavano nello stesso periodo.
Di solito venivano realizzati durante le occupazioni, che permettevano anche a chi non faceva parte della scuola di entrare con le bombole nello zaino.
E’ il caso di questo pezzo di Sky4, fatto nel 1992 al Liceo Artistico Hajech (come si chiamava una volta, ora è il Liceo Artistico di Brera anche se non è più nel quartiere di Brera ma all’Acquabella), durante un’occupazione.
Occupazione di quelle che continuavano anche in notturna, come mi dice Moez che fece le foto. Erano le situazioni migliori per i writers “esterni” per entrare e bombardare in relax.
L’Hajech non aveva una tradizione di writing lunga quanto il Boccioni, ma già da qualche anno ospitava pezzi sui suoi muri e corridoi (i più vecchi arriveranno!).
Dato lo spazio ridotto e la camera a gas che sarà diventata il corridoio, Sky cacciò un lettering semplice, stiloso e pulito. A giudicare dai colori con Duplicolor rimaste dal muro dei mondiali 90, tipo l’arancio dello sfondo, o il lilla che cambia tonalità a metà bombola, o il rosso che lo dovevi ripassare 5-6 volte tanto copriva poco.
Lettering classico suo del 91-92, quando stava passando dalle barre più rigide dei primi anni agli intrecci più morbidi di questi, per poi evolvere sempre di più negli anni a seguire.
Cuoricioni con i nomi delle crews (PWD e CKC), cuoricioni nel contorno, cuoricione pure nella tag.
Che bbbello l’ammmmmore.

Sky4 mi corregge l’orario e aggiunge che: “L’ho fatto in pieno giorno, durante un occupazione, avevo un amica che era del collettivo studentesco e mi ha fatto dipingere di fianco alla presidenza”.

(La serie continuerà che c’è roba che in pochi hanno visto e/o ricordano.
Storie che si possono raccontare e qualcuna che no, forse è meglio non raccontare…)

© 1992 by Moez

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Buon compleanno Solow!

16 luglio 2020 Lascia un commento

WhatsApp Image 2020-07-16 at 16.12.06

Vigilia del compleanno, esco con la famiglia per l’aperitivo e al Django incontro Naso. Era un sacco di tempo che non ci vedevamo… lui vive a Londra da molti anni ormai e ritrovarsi è stata una di quelle sorprese inattese. Con lui Gizco, anche lui expat in UK e poi Busta writer di Treviso molto attivo.Ancora un paio di birre, nel frattempo si fa un pó tardi e allo scoccare della mezzanotte scattano gli auguri di rito, la famiglia nel frattempo è rientrata a casa. Naso mi propone di andare a farci un pannello ed è così che al volgere dei cinquanta mi ritrovo a camminare nell’erba alta della massicciata che costeggia il layup, ho le wallabeesh ai piedi che scivolano ma c’è nell’aria un energia pazzesca. I ragazzi mi omaggiano un pó di spray e ci troviamo davanti il treno, è un modello bellissimo peraltro. Iniziamo, la notte è bellissima, l’aria fresca… la yard tranquilla, giusto qualche mezzo in movimento ma poi tutto tace.
In mezz’oretta abbiamo finito, Naso per primo, poi io, Gizco e per ultimo Busta che si è fatto il window down completo.
Un regalo davvero speciale quello che mi hanno fatto, niente di programmato, rientrato a casa quella sensazione bellissima, che ti fa passare il sonno, che hai ancora l’adrenalina che ti scorre nelle vene e che mi ha fatto dimenticare che sono 48. Grazie alla formidabile crew di ieri notte, a Naso… Gizco, Busta… e buon compleanno a me!

Raccontone di Solow/Mace.

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In cerca di giocattoli con Phase2

12 giugno 2020 1 commento

PH2

Primavera 1985: Phase arrivava da NY, stava a casa di amici, era già stato a Milano, la giunta comunale di allora aveva organizzato diversi eventi in cui si promuoveva la “spray art”, così definiva la sua arte.

Era morbosamente attratto da riproduzioni giocattolo di robot giapponesi tipo Mazinga Goldrake, Geeg ecc. ne possedeva centinaia, benché allora fossi ancora nei miei “teen”, non capivo cosa ci trovasse, anche se a ben vedere tutto il movimento graffiti era pregno di quel tipo di cultura nippo-pop; la grafica delle confezione di quei giochi, i caratteri illeggibili dell’alfabeto giapponese, i colori, le immagini delle pose dei protagonisti sono sicuramente stati in quell’ambito più seminali di quanto non si pensi.

Avevo promesso a Phase che lo avrei accompagnato in alcuni negozi di giocattoli particolarmente forniti, ed è per quella ragione che camminavamo verso Via Dante, avevo in mente di portarlo prima lì, dove circa a metà della via si trovava uno dei più grossi negozi di giocattoli e poi poco distante in via Canonica, dove c’era un negozio più piccolo ma altrettanto fornito.

Nel negozio di via Dante, Phase comprò 2 modelli: uno di dimensioni ragguardevoli che aveva la possibilità di trasformarsi in qualcosa di diverso, e un altro più piccolo che però aveva in dotazione un set di armi in plastica dai proiettili “sparabili” attraverso alcuni congegni a molla. Entrambi di metallo. Comprati i robot nel negozio di via Dante, volle dirigersi comunque in via Canonica, e per farlo tagliammo dal castello Sforzesco e poi costeggiammo il parco Sempione dalla parte dell’Arena. Fu li che in uno slancio di irrefrenabile curiosità gli chiesi: “Phase, ma tu, che cazzo ci fai qui?” Non era una domanda stupida, per me, cresciuto ed educato al mito del “sogno americano”. Il concetto era “Tu che sei così fortunato da essere americano, da lì proviene tutto quello che amo, mi piace la musica, il suono della lingua parlata, perfino la bandiera è cool! Perché sei qui, nella provincia della provincia?” Era questo il senso della domanda.

Nel negozio di via Canonica non venne comprato nulla. Phase non parlava italiano, parlava il newyorkese del Bronx che non ha l’accento strascicato mezzo irlandese di Manhattan. La mia conoscenza dell’idioma anglosassone si era sviluppata frequentando americani capitati per caso in largo Corsia del servi, Keith Haring, A-one, Toxic e mille altri statunitensi per lo più di NY, che lì forse si sentivano meno spaesati. Così avevo imparato a comunicare con loro, ma capire Phase era per molti versi un’impresa. Ciò nonostante la sua risposta mi arrivò precisa, limpida: “Perchè qui, puoi andare dove vuoi, nessuno ti dice niente… qui.”

Ma chi avrebbe dovuto dire qualcosa? Pensai, e sicuramente lo feci con un’espressione tra l’interrogativo e il perplesso, tanto che si sentì in dovere di aggiungere “Vedi, io e te… stiamo camminando, possiamo andare al parco, passare di qui o andare di là… nessuno ci dice niente”. Phase era afroamericano, alto circa 2 metri e in genere portava sempre con se un bicchiere da fastfood big-size con coperchio e canniccia, in cui della Cocacola era stata tagliata con una non ben precisata bevanda alcolica, teneva il bicchiere con la mano destra come gli atleti del NBA tengono la palla da basket prima di passarla al compagno, con una mano. Di solito la mano opposta era occupata da una busta di plastica di cui non ho mai saputo esattamente il contenuto, anche se una volta lo vidi estrarre da lì un catalogo che rappresentava le immagini delle sue opere. Quel giorno contenne anche le scatole dei robot che aveva comprato.

Phase vestiva un baschetto Kangol in pelle nera indossato al contrario, insieme ad un paio di occhiali Kazal in montatura trasparente da vista, forse. T-short bianca sotto, canottiera da basket sopra, con calzoni mezzi corti terminati da calze di spugna anch’esse sportive bianche con strisce rosse dentro un paio di Nike alte, sempre da basket. Era inequivocabilmente statunitense. E negli anni ’80 a Milano questo equivaleva ed essere supercool…

Compresi la risposta di Phase circa 25 anni più tardi. Quando capii che gli USA sono di fatto poco più che un paese del terzo mondo, in cui esistono enormi disuguaglianze, i diritti civili sono una barzelletta e la questione razziale non è mai stata risolta. Quel “Puoi andare dove vuoi” si riferiva al fatto che non era additato, ne nessuno si spaventava per il fatto di essere un “nigga” fuori contesto. La polizia qui non gli sparava contro se lo trovava nella zona sbagliata, non gli chiedeva i documenti ad ogni isolato. “Vedi io e te… possiamo andare qui o la…” Certo un nigga di 2 metri che si accompagna con un teenager bianco negli USA sicuramente oggetto di morbosa attenzione già nelle città, figuriamoci in provincia.

Quando Phase veniva qui a Milano tra la prima e la seconda metà degli anni 80, respirava un pò di tranquillità, rilassatezza, stava tra le persone che lo stimavano, che lo rispettavano prima come uomo e poi come artista, che gli hanno voluto bene. Questo è quello che mi è rimasto dall’amicizia tra me e Phase 2, cioè quello su cui non ho mai smesso di interrogarmi, e che una volta compreso, si è portato con se anche una certa dose di tristezza.

Michele D’Anca

Michele D’Anca classe 1967 è stato breaker della prima generazione del Muretto, fondatore della crew Dynamic Force, poi tastierista nei Casino Royale e nei Radical stuff. Oggi insegna audio engineering e produce dispositivi high end con il suo brand Dancaaudio.

Categorie:Milano, New York

Milano racking history: Mondiali 1990

11 giugno 2020 Lascia un commento

Nei primi mesi del 1990 cominciò a girare la voce di una murata da realizzarsi per i Mondiali di Calcio di Italia 90.
Venne organizzata dall’Assessorato alle Politche Giovanili, allora guidato dal bluesman Fabio Treves, con il supporto di Atomo e soci.
All’inizio sembrava nascere come un evento degno di questo nome: Si sarebbe pezzato il muro di Via Renato Serra fino a girare in Via De Gasperi. Era la recinzione di parte dei vecchi capannoni dell’Alfa Romeo al Portello, vuoti da anni e che sarebbero stati demoliti negli anni successivi, per fare posto ad uffici, centri commerciali e parco che ora costituiscono l’area Portello.
In realtà non andò così, e una parte di quel muro è ancora in piedi, come recinzione dell’area di cantiere ancora rimasta nella zona.
Ma ai vari consigli di zona, assessori a qualcosa e paladini del decoro murario, un po’ di vernici su muri scrostati e da demolire erano troppo: imposero la posa di una tela da pittura per qualche centinaio di metri, sopra al muro.
Un’idea talmente stupida che potrebbe essere giustificata solo dal dover far guadagnare qualche milione di lire a imprenditori dei tessuti di area PSI.
Per quanto iniziata nel peggiore dei modi, ci trovammo in tanti per partecipare alla murata intitolata “Il G******o più Grande del Mondo”.
Non era il più grande, ma Atomo lo propose agli assessori così per solleticare l’arroganza craxiana dei governanti milanesi del tempo.


Quel 26 aprile del 1990 qualche decina di ragazzi tra i 15 e i 25 anni si trovarono sotto il cavalcavia di Via Serra, dove il furgone dell’assessorato trasportava e distribuiva le bombole di spray, arrivate dalla DupliColor sponsor della murata.
Nello slang del writing “Racking” è la parola che si usa per indicare il rubare gli spray.
Per ogni writer erano previste una ventina di bonze, 3 pacchi da 6 e poco più, ma non ricordo gente che sia andata via con meno di 50-60 bonze. La Simona, che guidava il furgone e distribuiva le bombole, lasciava fare.
Per dire, a fine murata, avevo in cantina quasi 400 spray. E tutti gli altri partecipanti avevano fatto lo stesso.
La conferma la potete vedere in tutti i pezzi old school fatti tra 1990 e 92-93, per le strade di Milano: molti colori sono simili perché arrivano dalla stessa “fornitura”, migliaia di DupliColor si riversarono sui muri della città.
Lampone, lilla, marrone caramello, quel cazzo di rosso fuoco che non copriva mai, il giallo sole che invece copriva tutto, il nero per le marmitte che resisteva fino a 400 gradi, tutta una serie di colori arrivati direttamente dalla Germania, che non erano nelle cartelle colori della Dupli italiana.
Il dominio incontrastato delle DupliColor finì solo con l’arrivo delle Sparvar qualche anno dopo, ma io che non ne sopportavo l’odore rimasi fedele alle Dupli.

StickerSkate, un giornaletto di skate fatto per spremere soldi ai teenagers che si avvicinavano allo skateboarding, pubblicò un “articolo” sulla murata, ne vedete qualche foto qui sopra. Nelle fotine vedete pure Teatro e Papilly davanti al furgone della Simona per prendere le bonze, oltre alla Renault 4 pezzata “Funky” da Atomo.

Le cose non andarono lisce. Dopo il primo giorno di “murata” (forse meglio dire “telata”), in cui tutti iniziarono la loro roba, al secondo giorno, all’arrivo in Via Serra, la maggior parte delle tele era stata tagliata e alcuni pezzi portati via.
Era ovvio che sarebbe successo. Del resto al Comune di Milano non fregava un cazzo, volevano solo non avere scritte in giro. Non gli andò troppo bene nemmeno a loro.
Gli squarci notturni, però, portarono diversi scazzi. Alcuni erano convinti che fosse stata colpa dei “centri sociali”, ricordo una lunga discussione che feci con Spyder7, senza riuscire a convincerlo del fatto che ai “centri sociali”, a parte i pochi writers presenti a dipingere che dai quei posti venivano, come me, Teatro, Jet4, Inox, i BMXXX, della murata dei mondiali non fregava niente.
Già da prima i writers di provenienza HipHop non vedevano bene quelli che arrivavano dagli squat, questo episodio non migliorò le cose.
Spero abbia saputo poi, come l’ho saputo io, che a tagliare le tele erano stati Bboy.

Sul mio pezzo di tela feci un puppet che vomita e una dedica all’organizzazione per la fornitura delle vernici: “In this world of spray for cash, got no choice but to stuff and dash”. Non il massimo, lo so, ma non volevo sprecare i colori migliori, duramente raccolti, su quella tela.
Di fianco un giovane Shad scrisse PUKE in verticale, quindi, ecco, non ero solo.
Diverse foto di questo evento sono state pubblicate sul libro Vecchia Scuola, pure se piccoline. Non ve le posso riproporre tutte, ma una pagina eccola qui.
Vedete all’opera alcuni localz e alcuni ospiti. Chissà se prima o poi riesco a postare un po’ di foto decenti.
La murata fu conclusa il 2 maggio 1990, le tele ovviamente sparirono tutte.
Se passate in Via Serra all’angolo con Via De Gasperi, e sapete dove guardare, qualche piccola traccia di quelle vernici la vedete ancora.
In questi giorni di guigno, 30 anni fa, iniziavano le prime partite di Italia 90.

(foto StickerSkate: Secse – foto: tela: Vandalo – Foto: varie e locandina: Vecchia Scuola)